Umbrèlliade

di Manlio Epifania

Nella regione di Desideria c’è la città di Umbrèllia, dove nascono, vivono, ridono, mangiano, fanno l’amore, muoiono gli Ombrelli. È un paese di forma circolare che non conosce piogge, con le strade diritte diritte che dalla periferia convergono tutte al centro dove sorge un grande, antico e magico monumento a forma di dito puntato verso il cielo. Si narra che attiri fulmini e cretini, impegnati, questi ultimi, a guardare lui e non il cielo. Ma questa è un’altra storia.

Gli abitanti di Umbrèllia sono sempre scattanti, amano rincorrersi rotolando e spesso sono aperti, schietti e pronti a dare protezione e copertura. Ce ne sono anche di più chiusi, alcuni serrati nella loro tristezza, incapaci di offrire il minimo riparo. Bhè, un po’ come da noi sulla terra.

In questa città vivono in armonia ombrelli di tutti i colori, differenti razze, raggio a raggio pronti a fare capannelli. Ce ne sono alcuni piccoli e timidi, dai colori tenui e fantasie minute, altri più grandi con colori sgargianti, sfrontati ed esibizionisti, alcuni precisi e regolari come le fantasie geometriche che li disegnano. Altri sono di taglia ancora più grande, sono i più seri, scuri d’abito e rigorosi nelle forme, dal portamento serioso, quasi noioso. Capita però a volte di trovarne di questa taglia ma multicolore, con le sette sfumature dell’arco-in-cielo. Sono quelli che preferisco. Sembrano stendardi alla gioia, bandiere d’allegria. Oltre questi, ancora più grandi ci sono i giganti estivi, esemplari imponenti e particolari che hanno il loro tallone d’achille nelle punte che puntualmente finiscono per insabbiarsi senza venire più alla luce. Ma anche zoppi sono esseri felici, capaci di godersi il calore abbronzante del solleone e la frescura salina del mare.

Ad Umbrèllia la vita scorre, meglio rotola, serenamente, tra aperture e chiusure, gioie e dolori, ma con l’unico grande tormento che è rappresentato dalle mani e le braccia di uomini e donne che ogni tanto appaiono all’orizzonte per accaparrarsi qualche malcapitato e portarselo appresso, aprendolo e chiudendolo a proprio piacimento, senza mai chiedere loro se ne abbiano voglia o bisogno. Ma si sa, noi umani siamo prepotenti per definizione. E così a volte, d’inverno maggiormente, si sentono i lamenti disperati degli ombrelli orfani che piangono i propri rapiti. La condanna per queste vittime innocenti ed inconsapevoli è quella di vivere il resto dei loro giorni sotto la stretta ferrea di una mano, d’uomo o donna non fa differenza se sei vittima, Un giogo perenne che li costringe ad aperture improvvise o chiusure repentine. Se gli va bene, giorni e giorni d’abbandono, chiusi dentro umidi, sporchi e tristi portaombrelli casalinghi o d’ufficio. Uno squallore! Peggio che quei poveri cani al guinzaglio, per loro almeno c’è qualche metro di autonomia. Per un ombrello in cattività nulla, millimetro zero. Ma.

C’è il Ma che li può salvare, a volte. È il soffio di Eolo, la folata improvvisa che, se abbastanza forte e nella giusta direzione, li libera dalla cattura a cui sono obbligati. Si dice che il dio ventoso sia risvegliato delle invocazioni che ad Umbrèllia organizzano, dei veri e propri rituali messi in atto per ridare libertà ai prigionieri. Più forte e numerosa è la preghiera, più impetuoso e salvifico il Suo soffiare.

E in questi giorni lassù devono aver fatto lunghe, estenuanti e potenti danze in onore di Eolo, perché ha soffiato davvero bene. Col suo sibilo potente e duraturo ha liberato tanti ombrelli dai loro aguzzini, ha sciolto prese di mani infreddolite e per questo avvinghiate ancora più inesorabilmente, lasciando così volare liberi e scomposti tanti ombrelli felici, aquiloni impazziti d’ogni forma e colore. Più Lui soffiava, più loro riuscivano a divincolarsi e anche se a volte venivano riacciuffati, alla fine erano lasciati al loro destino d’ombrello libero.

Che bello! In questi giorni di sano freddo, santa pioggia e delicata neve, ho visto fiorire su neri asfalti e grigi mattonati le corolle multicolore di tanti ombrelli senza padrone, liberi, soli, magari sformati, scomposti, apparentemente rotti, ma animati solo dal soffio del vento amico e dalla pioggia sorella. Mi piace il disordine colorato che questi evasi provocano, l’inutilità che evocano, il vuoto di senso (pratico) che comunicano. Come pause musicali d’una partitura improvvisata disarmonica e per questo affascinante. Li lascerei lì a germogliare, aspettando che ne spuntino boccioli da raccogliere con amore e ripiantare poco distante, per fari fiorire la città di cupole colorate senza ragione. Anzi intorno ad ognuno di loro costruirei delle aiuole di rispetto, delle isole che obblighino a modificare gli andamenti rigidamente ortogonali della nostra urbanistica cartesiana, gimcane sinusoidali per aggiungere imprevisto e stupore al nostro andare. Ma questo è troppo. Per ora.

Nel frattempo mi godo lo spettacolo e guardo lassù per sentire le risate felici degli abitanti di Umbrèllia, che in questi giorni hanno fatto proprio un bel lavoro.