Sono molto felice di tenere a battesimo l’Accademia del Silenzio qui ad Anghiari e ringrazio la Libera Università dell’autobiografia di ospitarci e di aver accolto da subito, con entusiasmo, questa nuova iniziativa.

So che alcuni di voi hanno partecipato alle nostre Maratone del Silenzio, prima a Milano e poi a Torino: sono state vere e proprie no-stop di interventi, che hanno coinvolto esperti di discipline diverse, allo scopo di cogliere, indagare, esplorare il senso o meglio i molteplici sensi e significati del silenzio. E’ stata una scelta pionieristica e provocatoria, già solo per il fatto di essere ospiti di due grandi città, due metropoli che “vanno veloci”, di corsa, che sono inquinate acusticamente, che ignorano o trascurano il silenzio.

Invece essere qui oggi a parlare di silenzio, ad Anghiari, ha sicuramente un altro sapore e credo dia significato e forza all’iniziativa che, insieme a Duccio Demetrio, dall’inizio di questo anno, abbiamo cominciato. Perché Anghiari è proprio il nostro punto di sosta, il luogo dove approfondire e fare esperienza del silenzio, un’occasione per fermarsi  (a studiare, a capire, a scrivere, a condividere) e poi ripartire. Portando, al ritorno, ciascuno nella propria città e negli ambienti di lavoro, familiari e amicali, ciascuno nella propria vita e nei suoi ritmi, più o meno frenetici, pezzi di silenzio, intervalli di silenzio da preservare, proprio dopo averli scoperti e conquistati nelle esperienze collettive che stiamo facendo e che faremo.

Oggi cercheremo di indagare quanto è richiamato dal titolo della prima parte dei lavori: “La voce del silenzio”, anzi meglio usare il plurale: “le voci del silenzio”.

Ci sarà una parte teorica, dove la prima esperienza di silenzio sarà sostanzialmente quella dell’ascolto, e una parte pratica. Perché, lungi dall’essere rinuncia o ritiro dalla comunicazione, fuga dal reale o semplice vacanza dal rumore, il silenzio è azione e motore di cambiamento personale, innanzitutto, ma anche di cambiamento relazionale (nel nostro rapporto con gli altri) e di cambiamento sociale. Si può incidere con il silenzio, per migliorare la qualità della vita, per cambiare qualcosa a livello di comunità, a livello di città, regioni, Paese. Questo è ciò che Accademia del Silenzio si propone di fare anche, con spirito militante, sul territorio: coinvolgere soggetti pubblici e politici a sposare e promuovere un Manifesto del silenzio. Ma a livello individuale ciascuno di noi può già fare molto. In queste settimane di preparazione del primo simposio e, successivamente nella settimana di scuola estiva ad Anghiari, vogliamo approfondire, studiare, cercare e condividere insieme anche una bella esperienza, con l’auspicio che ciascuno possa accogliere “la causa del silenzio” e farsene “cassa di risonanza”, portavoce e promotore nella propria realtà.

Rintracciare la voce del silenzio… Ciò che facciamo oggi è un’operazione insieme paradossale e controtendenza. E proprio per questo credo sia un’operazione oltremodo vitale.

Parlare del silenzio è di per sé un paradosso. Parlare del silenzio significa romperlo.

Non solo: interessarsi al silenzio, tutelarlo, significa prendersi cura della fragilità, della caducità, dedicarsi a qualcosa che un attimo prima c’è e l’attimo dopo non c’è più. La poetessa Wislawa Szymborska dice che ci sono tre parole strane nella nostra lingua: futuro, niente e silenzio.

Quando pronunciamo la parola Futuro, la prima sillaba è già nel passato, quando pronunciamo la parola Niente, creiamo qualcosa che non può entrare in nessun nulla, e quando pronunciamo la parola Silenzio, nel momento stesso in cui lo evochiamo, lo infrangiamo.

Quindi oggi, di necessità, non potremo parlare del Grande Silenzio, del Silenzio Assoluto, perché il silenzio perfetto è inevitabilmente ineffabile, non si può dire, non si può raccontare. Parleremo invece del silenzio imperfetto, secondo la bella definizione di Ugo Volli: “Il silenzio che esiste per rompersi nel suo opposto: la parola.” Sì, il silenzio fatto apposta per essere notato nell’atto stesso in cui lo si viola, il silenzio che è ombra e sfondo della parola e per questo la valorizza, il silenzio relativo che ci mette in relazione con gli altri.

Vi dicevo prima che cercare la voce del silenzio è un’operazione paradossale. Di più, è un’operazione rivoluzionaria, perché oggi dove si ascolta il silenzio? Dove lo si trova? Chi più chi meno,viviamo in un mondo assai rumoroso; chi abita in città avverte con più chiarezza e forse emergenza il problema, ma in generale gli spazi abitativi e comunitari non sono pensati per ospitare e favorire il silenzio. Non so se e quanto più rumoroso sia il mondo attuale rispetto al passato; la differenza mi sembra sia non tanto o non solo di quantità (di rumore), ma piuttosto di continuità e densità.

Mi spiego: i primi reclami antirumore risalgono all’Antica Roma, ne ritroviamo traccia già, per esempio, nei testi di Seneca.

Il filologo Maurizio Bettini, nel suo bel libro che si intitola Voci, ha fatto un’interessante descrizione dell’impasto sonoro antico, una sorta di precisissimo censimento di quei rumori di sottofondo (voci, versi di animali, strumenti di lavoro) che costituivano il soundtrack del mondo antico. Ne risulta l’immagine – anche acustica, di un mondo che non era per niente silenzioso. La differenza è che oggi noi viviamo davvero in una sorta di colonna sonora permanente. Non solo traffico, rumori della città e delle attività produttive, ma una sorta di filodiffusione ubiqua, fatta di trilli, squilli, musichette, altoparlanti e strumenti sonori sempre accesi, i-pod e i-pad, sigle di operatori telefonici e bip di segreterie, colonne sonore che dal supermercato al parcheggio sotterraneo, dalla sala d’attesa all’aereo o il treno ci seguono ovunque. Qualsiasi attività noi facciamo è accompagnata non solo da un rumore, ma da un suono, da un sottofondo acustico… E’ così difficile prescindere dalla pervasività dei sistemi sonori che ci portiamo sempre appresso, anzi addosso, che a Chicago, nella sala concerti, è stato diretto il primo concerto per “suonerie e orchestra”. Tutto il pubblico è stato invitato a far suonare il proprio cellulare e i musicisti hanno accordato i loro strumenti per l’esecuzione al “suonare” degli spettatori. Un altro paradosso…

Eppure la difficoltà di ascoltare il silenzio credo vada cercata oltre il banale rumore acustico e molto più nel frastuono e nei ritmi interi di “grana” e di “tono” diversi dall’antichità.

La difficoltà di ascoltare il silenzio oggi mi sembra sia più un problema di tempo, di spazi e  di ritmi.

Tempo. Il tempo ci manca: questa è una sensazione che, prima o poi, tutti nella vita proviamo, almeno una volta. Ma non si tratta di questo, non solo almeno. Semmai non esistono più i cosiddetti tempi morti, i tempi vuoti, i tempi in cui la mente è lasciata “come un campo a maggese”, secondo la bella definizione di Masud Khan, libera di rigenerarsi nel vuoto, senza stimoli continui. La mente bianca, tersa, priva di sollecitazioni e perciò capace di rigenerarsi da sé.

La moltiplicazione delle piattaforme tecnologiche, che ci consente di essere presenti (connessi) sempre e ovunque, ci àncora al qui e ora, a una sorta di onnipresenza, almeno virtuale.

Ritmo. Sicuramente i ritmi del vivere sono iperaccelerati. La nostra è una società iperattiva e iperproduttiva, iperconsumistica. Pensate solo a come viene valorizzato il fatto che siamo la società che non si ferma mai. Pensate all’insistenza sulla velocità e la reperibilità, il vanto dei servizi aperti 24 ore su 24.

C’è un progetto interessante dell’università di  Napoli  che si chiama “Clips Corpora di Lingua italiana parlata e scritta” . Si tratta dell’analisi di come è cambiata, negli ultimi 50 anni, la nostra lingua. Ebbene più che lessicalmente, è cambiata ritmicamente. Parliamo mediamente molto più in fretta rispetto al passato, facciamo molte meno pause fra le parole che pronunciamo.

Analoghi studi, fatti in biologia, sui versi degli animali e in particolare degli uccelli ci portano lo stesso riscontro. Nel tempo, a causa dell’inquinamento acustico, diverse specie di uccelli hanno intensificato e acutizzato il verso della specie, riducendo notevolmente dal durata delle pause.

Spazio. Questa è la società della tracciabilità assoluta: niente di quello che diciamo, che facciamo va perso, è tutto  ricostruibile, ripercorribile.

Non è tanto questo Grande Fratello ad essere temibile, quanto questa sorta di Grande Memoria millimetrica, dove nulla va perduto, dove non c’è spazio per quell’operazione così vitale e sana che in psicologia si chiama la rimozione.

Provate a cancellare qualcosa da internet, per esempio… impossibile.

Questo ci tiene inchiodati alla superficie dell’oggi, in una vertigine del dettaglio, di inseguimento dell’attualità, del minuto per minuto, dove tutto è sullo stesso piano (il piano del monitor, della TV, del cellulare). Abbiamo a disposizione un’enorme ricchezza orizzontale, una vastità e abbondanza bidimensionale. Ci possiamo muovere dappertutto, possiamo sapere tutto di tutto. Tutto può essere associato, giustapposto, comprato, scelto.

Pensiamoci… quali sono le due attività ludiche  per eccellenza del contemporaneo? Lo zapping e lo shopping. In questo quadro è ovvio che ci sfugga la verticalità, storica e trascendente, l’affondo. E’ sparita l’attesa, il tempo dell’attesa (tutto è lì, adesso, a portata, sullo scaffale da prendere).

E’ qui che il silenzio può giocare un ruolo fondamentale. La sfida del silenzio, la sfida di un’Accademia del silenzio mi sembra sia sostanzialmente quella di riappropriarci della nostra  tridimensionalità. Per riappropriarci del prima e del dopo, di una sequenza, di una profondità.

E qui mi viene in aiuto una piccola storia del filosofo Giuseppe Ferraro. Ferraro racconta che davanti a una chiesa che lui frequentava abbastanza regolarmente c’è un venditore ambulante che vende statuette del santo a cui è dedicata la chiesa. Si tratta di due tipi di statuette, apparentemente identiche, ma con una differenza sostanziale di prezzo. Un gruppo di statuette è venduto a un prezzo esiguo, praticamente regalato, un altro gruppo a un prezzo estremamente alto. Il filosofo le osserva con attenzione e gli paiono assolutamente identiche. Per questo si avvicina al venditore e gli chiede perché mai le due statuette costino in maniera tanto diversa quando materia, forma, colore, soggetto, tutto è assolutamente uguale. Il venditore allora prende in mano una delle statuette, la batte con il dito, facendo un gesto semplicissimo: “Tac, tac, toc, toc” Poi sorride, posa la statua e dice: “Lo sente? Questa statua dentro è vuota, è cava, questa statua risuona”.

Ecco il vuoto dentro la statua credo sia l’immagine efficace e simbolica di una capacità di risonanza che solo il silenzio ci consente. Risonanza alle parole che ci arrivano dagli altri, a quello che leggiamo o vediamo, e che può avere (o meno) uno spazio di accoglienza e riverbero interno. Può restare solo rumore/suono al di fuori di noi, oppure risuonarci dentro, conservare un’eco interiore.

Mi piacerebbe leggervi parte del racconto perché è veramente bello, molto più bello di come io ve l’ho riassunto: «Un vecchio artigiano mi parlava delle sue statue di bronzo indicandomi quelle che diceva avevano dentro l’anima. E io non capivo. Allora lui cominciava a battere sui loro volti con le dita facendomene sentire il suono. “Senti” diceva, poi aggiungeva, con la voce di chi sa narrare, che l’anima di quelle statue era il vuoto accolto dentro i loro corpi. Vuoto, aria, respiro, suono. Quel gesto e quella metafora mi affascinavano. Lui diceva che fare le statue con l’anima era più difficile. Un’arte. Cominciai a capire che è quando il corpo è capace di risuonare a contatto con un altro, quando risuona anche di una parola che ti tocca, di un gesto o di una sensazione, allora, soltanto si può dire che c’è un’anima dentro. Penso anche che quel vuoto sia la forma interiore del corpo».

Ecco quando vi parlavo di tridimensionalità, penso sia proprio il riappropriarsi dello spazio “dentro” cui le parole degli altri – ma tutte le esperienze che facciamo di riflessione, meditazione, scrittura, o artistiche – quel che è “fuori” di noi trovi uno spazio caldo di risonanza che lo contenga, raccolga e in parte mantenga e custodisca.

È lì che il silenzio può dare valore a quello che andiamo facendo, ed è la ragione stessa per cui sono fortemente convinta, e tutti noi in Accademia siamo convinti, che rivalutare il silenzio non significhi affatto svalutare la parola o la comunicazione, ma che anzi sia un modo per valorizzarla.

Solo chi sa tacere, sa parlare, dicevano gli antichi. Rompere il silenzio è un’assunzione di responsabilità, bisogna esserne consapevoli. Dire qualcosa migliore del silenzio, oppure tacere.

Perché parlare è un’azione soggettiva, partigiana: nel momento in cui scelgo di pronunciare una cosa, di usare una parola, metto contemporaneamente a tacere tutte le altre.

Bisogna essere consapevoli anche di tutto quello che resta indietro, anche di quel silenzio su cui e da cui svetta, germina la parola. Scrive Ugo Volli: “Sotto ogni discorso, dietro ogni atto di parola esiste una zona essenziale di non detto. Tale territorio è paragonabile alla vastità muta dell’inconscio. Allo stesso modo del rapporto dell’inconscio con l’Io, questo non detto sostiene, giustifica, sovradetermina e sposta ogni atto di parola. Il non detto, il silenzio è dunque lo spazio dell’infinito lavorio che serve alla parola per emergere alla luce”. E in questo senso, il silenzio dà luce, dà profondità, dà risonanza e tridimensionalità alla parola.