Il silenzio assente

(a margine della ‘prova aperta’ al Teatro dell’Archivolto del Satirico Concerto di Stefano Bollani e Michele Serra per l’alluvione di Genova)

di Giorgio Macario

Le mani volano sulla tastiera del pianoforte immenso che domina la scena.

Un attimo prima sembrano sfiorare e quasi accarezzare i tasti per poi tuffarsi in un intreccio di passaggi arditi.

Un sottofondo di armonie note viene inondato da sonorità accese o appena accennate che dilagano nella sala.

Impossibile non ascoltare assorti e rapiti.

Seduto, e quasi inclinato in equilibrio instabile, con il corpo proteso ad accompagnare le evoluzioni delle dita sui diesis e sui bemolle, l’artista si specchia nella sua musica, è la sua musica.

La voce giunge chiara e nitida, ma ugualmente avvolgente.

I modi gentili e il fare cortese disvelano ben presto un eloquio graffiante e incisivo.

Le parole, selezionate e assemblate a dovere, dipingono scenari spesso esilaranti, descrivendo avvenimenti assurdi quanto verosimili per poi costruire evoluzioni futuristiche niente affatto dissimili dalla stupefacente quotidianità.

È un balletto di parole che solo un abile affabulatore può imbastire senza annoiare mortalmente, solo, sul palco, in compagnia di un leggio.

Veramente, non proprio solo.

Le parole vengono accompagnate a tratti dalle stesse mani che riposavano sulla tastiera.

Singole note o brevi accenni musicali fanno da contrappunto al lettore con alcuni siparietti leggeri e gradevoli.

Ogni tanto l’azione si interrompe, un breve passaggio si ripete, il clima diventa meno formale, più famigliare.

Necessità o finzione? Teatro o teatro nel teatro? Non importa, perché la caratteristica di ‘prova aperta’ consente qualsiasi digressione sul canovaccio della serata.

Poi, ad un tratto, il pieno e il vuoto prendono il sopravvento.

All’ironia su personaggi noti e notissimi (spassosa la declinazione delle possibili ‘geometrie politiche’ a partire dal cerchio magico) subentra una lucida riflessione sull’assenza di silenzio.

Tutto troppo pieno, troppo rumore, tutto troppo.

Si vive senza soste, senza pause e senza digressioni.

Si agisce in funzione del possesso, del consumo e della perenne insoddisfazione.

Non si consentono ai nostri figli i tempi morti, pigri, svagati che pure a noi sono stati concessi nel passato.

Dice cose vere. Troppo vere. E scomode.

Ma è la stessa tranquillità che si respira nella sala che gli dà ragione: la musica che avvolge, i racconti che fanno sorridere, i pensieri che consentono di riflettere sono intrisi di silenzio.

Perché, come dice Eduardo Galeano “le parole che meritano di esistere sono soltanto quelle migliori del silenzio”.

Queste parole, questa musica meritano senz’altro di esistere e consentono al silenzio, dopo un’assenza così prolungata, di fare altrettanto.

‘Troppe parole assordanti e pochi silenzi vitali’ scrivevo solo due mesi fa commentando il disastro dell’alluvione a Genova.

Ma Genova è anche capace di sviluppare potenti anticorpi: la serata per la raccolta di fondi a favore di una scuola gravemente danneggiata dall’alluvione ne è un esempio.

Giorgio Gallione invita ad integrare quanto già raccolto con la vendita dei biglietti, Bollani e Serra concedono ben tre bis, e la gran parte dei presenti mette mano al portafoglio per un supplemento di biglietto che questa volta si paga –volontariamente, ça va sans dire- per uscire e non per entrare.

Chissà che prima o poi non si sfati il mito delle ‘braccine corte’ dei genovesi!