Elena LoewenthalParlare del silenzio è una contraddizione in termini.

Ma siccome il silenzio è un territorio – tanto interiore quanto esterno a noi -, siccome abbiamo la parola per dare figura e idea e suggestione al mondo, proverò a usarle anche per quel che è apparentemente indescrivibile. Innominabile.

Cercherò di farlo nel modo più pacato e consono, sempre tenendo presente il paradosso che mi guida. Parlare del silenzio è negarlo, ma negarlo è necessario per capirlo…

Del resto, quali competenze ho? Di mestiere uso le parole, che sono il suo contrario. Mi piace il silenzio, ma quando scrivo ascolto musica. Detesto l’inquinamento acustico, mi capita di invidiare chi è sordo per questo, a volte. Il suono è diventato un sottofondo imprescindibile, ovunque. Quindi queste considerazioni sono un azzardo, un arbitrio del tutto personale. Altro che lezione… Non ho certo lezioni da impartire.

Però godo di un osservatorio privilegiato, che deriva anch’esso dalla mia quotidiana consuetudine con le parole, giorno per giorno. Parole scritte.

E in particolare è nel confronto fra lingue diverse che implica la traduzione, è qui, su questo terreno instabile in bilico fra una lingua e l’altra, in questo margine bianco della pagina dove abita di solito l’umbratile mestiere di traduttore, che trovo materia di riflessione. Non voglio tenervi troppo in sospeso, ma un poco ancora sì.

La traduzione è un corpo a corpo con le parole, dove arrivi a conoscerle in un modo tutto speciale, perché è proprio nel confronto fra i sensi, le sfumature, i suoni (benché silenziosi, ascoltati ma non pronunciati), si scoprono realtà che altrimenti resterebbero nascoste lì in fondo, negli interstizi fra le lingue, negli spazi bianchi della pagina. La traduzione, soprattutto se, come nel mio caso, è un viavai fra due lingue molto diverse, con poco o nulla in comune, è non di rado una cartina di tornasole ottima per far saltare all’occhio, alla mente e al cuore, mancanze e ridondanze. Quel che c’è e quello che invece non trovi – qui e lì.

Ora, in italiano siamo costretti a dare un senso assoluto e univoco al silenzio. Le parole, io credo fermamente, non sono solo tramite di significato, non sono un mero strumento di comunicazione. Fra la realtà, la nostra percezione della realtà e le parole, esiste una dinamica costruttiva. Creativa. Le parole fanno la realtà, la modificano e la plasmano non meno del contrario. Se l’italiano ha una sola parola per dire silenzio, allora significa che nella nostra sfera mentale il silenzio è uno solo. Così s’è costruito. Provate a cercare un sinonimo, in italiano. Non c’è, ed è curioso in una lingua così ricca come la nostra, abbondante di termini, lessico, sfumature.

Così, se restiamo sul terreno dell’italiano, non abbiamo altra scelta che quella di considerare il silenzio come un’unica, categorica cosa. Assenza di suono, e basta. Fatichiamo a immaginare un universo concettuale differente, in cui il silenzio sia “cose” diverse. Sia plurale.

Eppure esiste, questa valenza multipla del silenzio. A me l’ha svelato la traduzione, e l’ha svelato nel modo più diretto e pregnante e inequivocabile: attraverso le parole. Perché, a differenza dell’italiano, che è così essenziale (direi quasi insufficiente) con il silenzio, la lingua dalla quale si diparte il mio lavoro di traduzione, cioè l’ebraico, conosce almeno tre radici semantiche diverse, per dire “silenzio”. Tenete conto che l’ebraico è una lingua estremamente primitiva, antica. Anzi, ancestrale. È sostanzialmente sempre lo stesso, dalla Bibbia ad Amos Oz e A.B. Yehoshua: è una lingua dalla continuità strabiliante. Ma è anche una lingua molto elementare, molto semplice nella sua struttura – non esistono i tempi ma solo due modi diversi dei verbi, non esiste il verbo avere… – e anche nel lessico. Fanno eccezione alcuni campi semantici, vuoi per abbondanza vuoi per carenza: ci sono molte parole per dire “pioggia” e hanno sempre una connotazione decisamente positiva, di auspicata benedizione (l’ebraico abita in un luogo arido). Ce ne sono moltissime per dire “luce” – quella sua terra ne ha tanta, e di gradazioni, colori, intensità diverse.

Anche il silenzio fa parte di quei rari casi in cui l’ebraico è generoso di parole. E siccome non lo è mai invano, perché è una lingua essenziale dove nulla è superfluo o lì per caso, questa abbondanza è per me un invito a esplorare i territori del silenzio. Oltre che, naturalmente, una sfida traduttiva: come faccio, vertendo in italiano il testo, a rendere giustizia alla varietà di silenzi che l’ebraico conosce – con una parola soltanto?

Che guaio…

Ad ogni modo, eccomi di fronte a più parole per dirlo: sheqet, dom, demama, lishtok. Certo, apparentemente sono suoni e basta. Non dicono nulla, a meno di conoscere la lingua in cui si esprimono. Cercherò di darvi qualche traccia.

Sheqet è il silenzio della quiete, della serenità. Però è tassativamente silenzio, assenza di suoni – cosa che la parola “serenità” non rende, ovviamente. È un silenzio sommesso, pacato, sgombro ma non del tutto.

Lishtok è un infinito verbale (li- è semplice prefisso). Indica il silenzio imperativo, quello che si impone alla parola. È ingiunzione ai bambini in classe. È un silenzio un po’ rabbioso, un po’ rivendicativo. Dovrebbe essere assoluto, almeno per un po’. Significa “zittimento”, in sostanza, e viene necessariamente dopo un rumore molesto. Ecco, anche le parentesi intorno al silenzio ne determinano il significato, la parola: quel che c’è prima e quel che viene, forse, dopo.

Dom, invece, è un silenzio abissale. Fa paura, come l’ignoto. È lo stato del mondo prima che Dio lo spezzasse parlando: nella Bibbia la creazione è dire le cose. Tutto si fa attraverso la parola (eccetto l’uomo, che è ricavato dalla polvere del suolo, ultima produzione prima che cali il sabato di riposo divino, unico essere che Egli fa, di seconda mano…). Dom è onomatopeico: è un rintocco sordo di campana, un’eco profonda – di silenzio. Chiude il futuro, tronca la voce con il nulla. Forse, era il silenzio di prima che il mondo fosse creato con la voce divina.

Da questo silenzio cosmico ne deriva un altro, che è come una versione più conciliante, più afferrabile. Non a caso porta la desinenza femminile, che nell’ebraico si usa per dare una sfumatura di grazia alle parole maschili, o per indicare l’astrazione.

Demamah è una parola bellissima, secondo me. Sottile, discreta, accattivante. Indica il silenzio in cui il profeta Elia trova Dio: Ed ecco che il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso e gagliardo, da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco, una voce di silenzio sottile. Come l’udì Elia si coprì il volto con il mantello. Uscì e si fermò all’ingresso della caverna. Ed ecco venne a lui una voce che gli diceva: che cosa fai qui Elia?

(1Re 19,11-13).

Elia è un profeta minore. Non ha neanche un libro a suo nome, nel testo sacro. La sua piccole epopea di profeta viandante, incompreso, bistrattato eppure tenace nel dichiarare la falsità degli idoli e la verità dell’unico Dio, si trova dentro i libri biblici dei Re. Elia cerca Dio ma, diversamente dagli altri profeti, a lui il Signore quasi non rivolge la parola e men che meno si manifesta in modo plateale. Così, a titolo di ricompensa, credo, per la fedeltà di Elia, Egli gli fa due regali. Il primo è che Elia, invece di morire, ascende al cielo in un carro di fuoco e da allora diventa per la tradizione ebraica una specie di angelo custode pronto a tornare in terra per vegliare su tutti noi, uno per uno. Inoltre, sarà il precursore di quel messia che gli ebrei stanno ancora aspettando, verrà poco prima a preparare il terreno per la redenzione finale.

L’altro regalo è quella rivelazione strabiliante, che non arriva nello sconquasso di cielo e terra, bensì in una voce sottile di silenzio. Ecco, quel silenzio è rivelazione, stupore, certezza. Pace e verità.

È una parola leggera, chiusa in se stessa eppure aperta al futuro. È un silenzio meraviglioso, difficilissimo da tradurre. È un po’ che ci provo, invano. Forse la cosa che le va più vicino, in italiano, sono i due punti: una pausa nelle parole, una promessa di quel che verrà dopo.

Ecco, questo è ciò che la mia blanda esperienza di traduttrice mi ha concesso di sapere – o non sapere – sul silenzio.

Poi ce n’è stata un’altra, più recente e nuova per me, di esplorazione degli ospedali. Ho sentito il bisogno di fare questo viaggio molti anni fa, per conoscere l’altro mondo, quello “straniero” per eccellenza che è la malattia – un mondo parallelo che giustamente cerchiamo di ignorare finché non ci si capita, lo si attraversa, sfiora, incontra. Ne è poi scaturito un libro, una specie di romanzo fatto di storie concatenate, che s’intitola “La vita è una prova d’orchestra”. Per entrare negli ospedali sono diventata volontaria. E ho incontrato parole, sentimenti, verità e anche silenzi. Non di rado le storie che ho poi inventato (non è reportage ma narrativa) sono ispirate a porte di stanze chiuse, a silenzi enigmatici sui volti di pazienti, parenti, dottori. Il silenzio è anche, o dovrebbe essere anche, il nostro modo di affrontare l’ignoto. La paura. Tutto questo c’è tanto, dentro la malattia. Oltre alle parole che i malati ti dicono, sono ansiosi di raccontarti. Ma non meno ho imparato e conosciuto dai loro silenzi, interrotti magari da un respiro affannosso, dal ticchettio di una macchina, da una goccia che cade puntuale dentro il tubo dell’infusione.

Terminata questa mia avventura bella e terribile al tempo stesso dentro il male, il dolore, la sofferenza, credo che dovremmo imparare a declinare di più tanto la malattia, provare a renderla meno straniera per essere più pronti ad affrontarla, da vicino e da lontano. Così come dovremmo imparare ad avere più confidenza con il silenzio, a non sentirlo (solo) come un vuoto, un’assenza, una pausa. Ma sostanza di vita e sentimenti.