Accademia a Foligno: Lamberto Maggi "Musica, recitazione, silenzio"

Nessun disegnatore accetterebbe di iniziare la sua opera su di un foglio già scarabocchiato. Una superficie che egli percepisca come “pulita”, quantunque non lo fosse, è il supporto minimo necessario sul quale concretizzare ciò che vuole esprimere. Allo stesso modo musica o recitazione, per poter avviare e portare a compimento un “disegno” fatto di voce e suoni in tutte le loro modulazioni ed associazioni, esigono una condizione che sia percepita come “silenzio”, quantunque non lo fosse.

Non si pensi però che sia da considerarsi “disegno finito” il solo tratto nero con il quale è stato marcato: guardando complessivamente l’opera compiuta è impossibile non tener conto delle profondità, dei rilievi o delle forme che esistono proprio grazie agli spazi rimasti “puliti”. In assenza di questi ultimi si avrebbe un’unica, indecifrabile macchia nera.

La musica e la recitazione sono linguaggi molto simili fra loro, per molti aspetti sovrapponibili. Non a caso se ne elencano gli elementi costitutivi usando i medesimi termini: timbro, intensità, modulazione, tono, ritmo, tempo, battute… e naturalmente pause. Entrambe sono forme espressive che puntano a far vivere o rivivere, determinate esperienze emozionali attraverso particolari alchimie di Suoni e Silenzi dalle medesime potenzialità espressive. Nei silenzi, così come nei suoni, vengono scelte accuratamente durate e posizioni nel tempo per creare ritmi o evocare emozioni.

L’espressione “quantunque non lo fosse” usata all’inizio, deriva dall’assunto che il “silenzio assoluto”, per come ci è dato di percepire fisiologicamente gli eventi acustici, non esiste. Per quanto siano lievi, non siamo immuni dall’avvertire, ad esempio, il poetico frusciare dell’erba accarezzata dal vento o il prosaico ronzio del nostro frigorifero. Nella migliore delle ipotesi si può al massimo parlare di profonda attenuazione dei rumori. Non potremmo sperimentare il silenzio assoluto neanche nel vuoto, ovvero in assenza dell’aria che veicola i suoni: il nostro corpo infatti, orecchio compreso, genera autonomamente suoni per effetto meccanico o della pressione. Tanto più scarsi sono i rumori che ci circondano, tanto più percepiamo i nostri seppur lievissimi suoni endogeni.

Allora, come e perché parlare del silenzio se non esiste?

In realtà certe elucubrazioni fisico-biologiche, benché apparentemente pertinenti, hanno ben poca rilevanza rispetto a ciò che possiamo arrivare a percepire come “silenzio”. La straordinaria capacità di straniamento della nostra coscienza può donarci esperienze di “silenzio” anche nelle condizioni acustiche più sfavorevoli. Se si è in grado di compiere questo prodigio – e lo si fa più spesso di quanto si abbia coscienza – deve esserci un’ottima ragione. Certo: anche l’inespressività, la paura, l’omertà, la morte… sono riconducibili al silenzio, e di ciò si tiene ben conto nelle composizioni musicali e teatrali ma, seppure spesso si leghi alle nostre ansie più profonde, la sua capacità di placarci e rigenerarci lo rende a noi vitale. L’osservare il “minuto di silenzio” per commemorare la perdita di una persona cara è una piccola ma significativa prova di come, più o meno consapevolmente, viviamo questa condizione come massima forma di cura e di rispetto verso sé stessi e gli altri.

Il “silenzio” è dunque una condizione soggettiva più che oggettiva, che va trovata all’interno di sé più che all’esterno. È la nostra massima disposizione a “sentire” e (forse) a capire, ciò che di fisico e di emotivo ci compone e ci circonda.