Accademia a Foligno: Introduzione di Luana Brilli

Luana Brilli, esperta in metodologie autobiografiche e in scrittura autoanalitica

Sono felice di presentarvi l’Accademia del Silenzio, di cui sono la referente umbra e ringrazio questa sera Duccio Demetrio, la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari e l’Amministrazione Comunale di Foligno per averci concesso il Patrocinio.

La presentazione dell’Accademia di Foligno, viene fatta il 27 gennaio, giornata della memoria. Giornata che ricorda lo sterminio e le persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati italiani nei campi nazisti. Una giornata tradizionalmente legata al cordoglio e al silenzio che rendono la memoria un elemento vivo per non dimenticare le aberrazioni avvenute e le vittime di questa follia umana.

Che cos’è l’Accademia del Silenzio? È sia un centro di ricerca, sia un centro di diffusione della cultura del silenzio. È nata all’inizio del 2011 da un’idea di Duccio Demetrio e di Nicoletta Polla Mattiot. L’Associazione nazionale non profit promotrice della sua nascita, è la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, che conta più di mille associati ed organizza seminari, convegni di studio, laboratori, gruppi di ricerca sul tema della scrittura autobiografica. La sede principale dei corsi dell’Accademia del Silenzio (simposi, laboratori e lezioni) è dunque la LUA di Anghiari, essa però nel tempo ha dato vita ad iniziative anche a Milano, Torino e Sestri Levante e da oggi anche qui, da noi.

Certo, parlare di Accademia del Silenzio qui in Umbria ha un certo sapore. L’Umbria è un territorio di mistici, di monasteri, di quieta natura. È uno spazio privilegiato per chi è alla ricerca di luoghi rigeneranti, silenziosi, atti alla meditazione e alla preghiera. Questa sera, siamo qui proprio perché pensiamo che Foligno, l’Umbria, possano diventare una “cassa di risonanza del silenzio”, possano farsi luoghi promotori di una cultura del silenzio. La scommessa per me di avviare in Umbria questa Accademia, come potete immaginare, è molto grande e coinvolgente. Ancora ricordo l’emozione, quando Demetrio mi parlò di questa possibilità. Ho detto sì perché penso che oggi parlarne sia vitale. Viviamo immersi in una colonna sonora permanente creata dal traffico, dai rumori dell’ambiente, dai trilli del telefono. Ogni attività che facciamo è accompagnata da un suono e quel che peggio, è che oramai non ci accorgiamo più di questo sottofondo acustico. Non solo, la nostra giornata è organizzata in modo tale che è sempre più difficile vivere dei momenti privi di stimoli, di sollecitazioni. Siamo sempre di corsa, sempre pieni di cose da fare, dire, organizzare. La nostra è una vita che non ha più tempi vuoti, è carente di tempi capaci di far riscoprire “l’arte del non fare niente”. È una vita che disconosce i momenti di calma, di quiete rigenerante. I ritmi che spesso teniamo sono iper-accellerati, iper-consumistici. A volte si ha la sensazione che la nostra vita sia sintonizzata sui tempi degli spot pubblicitari, che hanno invaso tutto. E allora la domanda è: dove ci stanno portando? Dove recuperare la capacità di ascolto di sé e dell’altro? Come e dove “raccontare e raccontarsi”? È possibile? Questi ritmi frenetici, sono arrivati fino al sistema educativo, fino ai nostri bambini, che sono il nostro fragile specchio. È possibile parlare di silenzio anche nel contesto educativo? Foligno ha una storia che conosco, perché ci lavoro da 32 anni. Allora parlavamo di “bambino non visto” e il progetto educativo della città era la capacità di saperlo ascoltare e di renderlo protagonista della propria crescita. Se oggi il contesto educativo del bambino risente anche delle nostre difficoltà adulte, del nostro correre, velocizzare, anticipare sempre e comunque tutto, non è il caso di sottolineare ancora l’esigenza di saperlo ascoltare, comprendere e tradurre in azioni efficaci i nostri interventi educativi? Discorso che coinvolge non solo gli insegnanti, ma anche i genitori e le istituzioni, non coinvolge solo questa città (…)

Mi chiedo se forse non corriamo il rischio di accentuare una comunicazione unilaterale, che faccia entrare sempre di più il bambino (e noi con lui naturalmente) nella spirale velenosa della passività, dell’indifferenza. Oramai abbiamo compreso che non ci serve un’overdose di informazioni, che sapere sempre più non significa essere più informati. Perché? Informati significa etimologicamente avere la possibilità di rimodellarsi, elaborare nuovi orizzonti progettuali. Ma essere informati, non è certo essere sommersi da parole-frammento, che ci fanno restare sulla superficie delle cose, che ci sommergono di dettagli che ci fanno perdere il senso del vissuto, non ci nutrono. Essere informati è possedere e dunque usare una parola che sia vita, che crei la fecondità del contatto con noi stessi e con gli altri intorno a noi; una parola che peschi nelle nostre profondità; che ci consenta di riappropriarci del proprio spazio “dentro”; una parola che permetta una comunicazione non invasiva, fatta di reciproco ascolto, di pause, di attese, di vastità, di armonia tra silenzio/comunicazione che cioè dia la possibilità alle parole degli altri, a quello che è “fuori” di noi, di trovare uno spazio di risonanza in noi, uno spazio che lo contenga e lo custodisca. Il silenzio non svaluta la parola, la comunicazione, anzi le valorizza, le rende ancora più significative e preziose.

Per finire, volevo allora sottolineare, che il silenzio è tanto più necessario quanto più ci sono le chiacchiere; le troppe parole; il troppo “pieno”; il troppo sapere, fasullo; il troppo saper fare, fittizio. Il silenzio è porre l’accento sul vivere in una maniera più attenta: se stessi, gli altri e l’ambiente; è trovare una risposta alla necessità di ristabilire ritmi più umani, per fermarsi, per darsi del tempo, per ascoltare, per riflettere, per riprendersi cura di sé. Il silenzio è dunque ascolto consapevole, attenzione, concentrazione. Ricordiamo poi che silenzio è anche Silenzio. É meditazione. È dissetarsi a una fonte che lenisce le ferite. È attraversare la soglia del mistero. È inoltrarsi su un sentiero sacro dove le luci migranti che fregiano l’orizzonte, evocano l’Assente percepibile soltanto con gli occhi dell’amore.

Come fare? Poco fa mi veniva in mente una vecchia canzone di Battiato che ci ricordava che in certi frangenti: “Ci vuole un’altra vita”. Mi torna in mente anche chi, tempo fa, raccomandava di “ritagliarsi una stanza tutta per sé” per ascoltare le corde più profonde della propria anima e creare una melodia, un dipinto, una poesia (Virginia Wolf). Comunque sia, quando ne sentiamo l’esigenza è importante fermarsi, per riprendere fiato, per rintracciare il cammino, riprendere poi la propria strada, con maggior equilibrio e consapevolezza.

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Dalla prossima primavera prenderà il via un ciclo di incontri sul silenzio con delle esperienze laboratoriali legate alla musica, alla passeggiata consapevole, sulla riflessione delle diverse tecniche meditative, il dialogo filosofico, sulle tematiche religiose ed interreligiose, la scrittura di sé ed autobiografica. Saranno laboratori indirizzati a quanti vogliano apprendere strumenti di teoria e pratica del silenzio le cui applicazioni spaziano dall’uso comunicativo a quello maieutico, da quello pedagogico a quello creativo. Tali esperienze laboratoriali saranno organizzate in luoghi (monasteri, eremi o agriturismi) umbri, naturalmente immersi nel verde e nel silenzio!