A Vera Schiavazzi – Un ricordo

OLYMPUS DIGITAL CAMERALe parole d’encomio servono soprattutto a chi resta. Per prolungare il ricordo, per illudersi di spostare l’ineluttabilità della fine un po’ più in là. E’ bisogno di fare, di reagire: un modo per prolungare una presenza, fosse solo per dirsi quello che, per mancanza di tempo e occasioni, per pudore, non si è detto fino in fondo, e non arrendersi all’idea che sia troppo tardi.

A Vera Schiavazzi, amica, collega, compagna di tanti pensieri, progetti, prove, una parola che contiene anche tutte quelle non dette: grazie.
Tu sai perché, in un milione di modi diversi

Qui ti ricordiamo, con la tua penna e quella capacità di ascoltare e raccontare, che tante volte hai prestato al Silenzio e ai progetti della nostra Accademia.

VERA SCHIAVAZZI
Repubblica, 18 agosto 2011
Dove s’impara a fare a meno delle parole

IMPARARE a tacere, proprio come si impara a parlare una lingua diversa dalla propria o a suonare uno strumento. Per farlo, l’ Accademia del Silenzio di Anghiari organizza una summer school, tre giorni (dal 25 al 27 agosto) di seminari e incontri dove tra passeggiate e citazioni, meditazioni e dialoghi senza parole ciascuno prenderà contatto con la parte meno rumorosa di sé e del prossimo. La riscoperta di una comunicazione senza parole, del resto, viaggia lungo molti e diversi sentieri. Chi ha fatto una scelta di vita spirituale, d’ altronde, lo sa da sempre: «Ho posto un freno sulla mia bocca», diceva Sant’ Agostino, e i monaci benedettini vi hanno basato la propria regola e trasformato il silenzio non solo in uno stile di vita ma soprattutto in preghiera. Nella scuola di Anghiari ci si può esercitare a comprendere quello che gli altri hanno nella mente ma anche a trovare la quiete restando zitti e fermi, la base primaria e più importante di ogni forma di meditazione. Per credenti, certo. Ma soprattutto per laici. Un’ esigenza così attuale da riflettersi nella letteratura. Viola Di Grado, scrittrice esordiente che col suo “Settanta acrilico, trenta lana” ha vinto il Campiello, ha scelto lo sciopero delle parole (anzi, l’ anoressia verbale) come forma catartica attraverso la quale una madre e una figlia, Camelia, riescono a comunicare attraverso il proprio dolore. Aldo Nove ha dedicato a due dei suoi idoli, Raymond Carver e il pittore Edward Hopper, il racconto di un dialogo immaginario e l’ ha intitolato “Si parla troppo di silenzio”. Ma ciò nonostante, è davvero il caso di andare a scuola, studiare, ciò che qualsiasi essere umano dovrebbe essere in grado di fare da solo, alternando azioni e pause? Forse sì, se è vero che un adulto che vive in città “ascolta” davvero soltanto i suoni superiori ai 50/60 decibel, quando addirittura non sceglie di costruire tout court la propria colonna sonora al riparo di cuffie e auricolari. Rieducare le orecchie ad ascoltare suoni più bassi e fruscii è difficile, svuotare la mente forse anche di più, e per farlo si può cominciare dalle piccole cose. Come passeggiare tra i boschi o scrivere, non al computer ma su un foglio di carta, come San Francesco prima che i taccuini da viaggio fossero inventati. Anche atti del tutto materiali, dall’ amare al mangiare, possono avere bisogno di silenzio per diventare migliori. «Decidere quali e quante parole usare, quando e con quale intonazione è tutt’ altro che un atto passivo – dice Duccio Demetrio, docente di filosofia dell’ educazione, tra i fondatori della scuola di Anghiari con Nicoletta Polla-Mattiot – Rallentare e allentare significa cambiare ritmo, inserire dei momenti di ozio creativo e di riposo acustico e mentale nelle nostre vite concitate». Meglio farlo ora, in piena estate, quando ancora l’ apnea da agenda e da telefono non si è impadronita delle nostre giornate. Il silenzio può rivelarsi utilissimo anche nei rapporti tra i sessi, soffocati da un possibile eccesso di didascalie. «Quanto spam c’ è nelle nostre vite, oltre che nella casella della posta elettronica? Il cambio di stagione può servire a fare space clearing, a buttare un apparato verbale che non ci serve o non ci corrisponde più – dice Nicoletta Polla-Mattiot, che sul tema condurrà un seminario – Nella nostra percezione di oggi, parlare equivale a esercitare una forma di libertà, un diritto. Ma in una vera conversazione si tace e si parla a turno. E, quando non si parla, molte altre cose possono avvenire ed essere trasmesse con gli occhi e con i gesti. Con gli occhi si possono anche ‘ ascoltare’ i gesti dell’ altro, si possono trasmettere affettività e seduzione, forza e carisma, chiedere e ottenere attenzione e rispetto». Come tutti i linguaggi, tuttavia, il silenzio possiede una grammatica, che in questo caso occorre sintonizzare su se stessi. Chi ci è riuscito (scuole e gruppi sono già nati a Roma, Milano e Torino) giura che si tratta di una lingua ricchissima e emozionante, spesso più efficace di quella quotidiana. Con mille applicazioni pratiche, dal piacere ritrovato per la musica alle capacità diagnostiche in medicina, dal rilassamento del corpo fino alla risoluzione dei conflitti domestici. Anche senza andare a scuola, approfittando – ancora per poco – del silenzio urbano d’ agosto, lasciando la radio spenta e il libro aperto. Per urlare, ci sarà ancora tempo.