Risonanze (2)

Ancora un commento trasformato in articolo, pubblico ciò che ci ha mandato Mara Savini,  una partecipante all’appuntamento di Silenzi d’Umbria

Un tempo, quando ero bambina, collezionavo conchiglie, le sistemavo su una mensola, mi facevano sognare le vacanze, l’estate, i giorni “pien di speme e di gioia”, ma d’autunno si riempivano di malinconia e rimpianti. Una conchiglia ho raccolto durante la passeggiata, insieme ai tanti altri oggetti scelti dai miei compagni di avventura. Riuniti poi, gli oggetti tutti insieme, ognuno ne ha scelti tre per poi costruire la sua storia, simbolizzarla insieme ad altre piccole cose, colori… creare un’immagine il più possibile vicina al mio sentire, vicina al mio essere di oggi, attraversando i tanti profili che si sono succeduti nel tempo.
Ricordi, pensieri, momenti sofferti o di giubilo sono affiorati nella mia mente, facendo emergere la parte più intima, quella più vera, quella che ci rende autentici.
Ma nell’incontro, qui a Campello, altri momenti mi hanno condotto all’ascolto di me stessa: la camminata consapevole. Camminare è un’azione che compiamo quotidianamente, ma forse mai con consapevolezza, mai ascoltando il proprio corpo, le parti di esso coinvolte nel gesto del cammino. Spesso manca anche il coinvolgimento dei sensi, i nostri cari sensi che ci permettono di cogliere i colori, i sapori, i profumi di questo meraviglioso universo. Abbiamo passeggiato tra gli olivi sia di giorno, guidati da Corrado che all’imbrunire e nella notte condotti da Duccio. Forti le emozioni, nel silenzio sono emersi anche tanti ricordi legati all’infanzia. Da un cassetto della mente è affiorato ciò: era l’estate del 1968, la spiaggia quella di Senigallia, un disco suonava “Una rotonda sul mare”. La mia estate, quell’anno, non era ben iniziata, il mio primeggiare da brava figlia unica si scontrava su due bambine tedesche – di poco più grandi di me – che già dotate di occhi azzurri e capelli biondi, mostravano un’abilità nel gesto atletico a me sconosciuto. Quella mattina – non paghe di dimostrare la loro superiorità – realizzarono un castello di sabbia ai miei occhi meraviglioso, il mio – poiché dotata di un secchiello più piccolo – appariva misero e con evidenti segni di decadenza fin dall’inizio. La delusione doveva essere stampata sul mio volto! Accorse in aiuto il mio grande papà, che realizzò un castello con quattro torrioni, merli ornati di conchiglie, ponte levatoio! Le tedeschine riconobbero finalmente anche la mia bravura. Ne nacque un’amicizia che ha attraversato i decenni e che dura ancora oggi, quando la vita – grande maestra – mi ha fatto deporre l’ascia della sempre sterile invidia, per lasciar posto all’amicizia, vera complice di una vita autentica.
Il ricordo di mio padre, oggi non più fisicamente accanto a me, mi ha emozionata così intensamente da accompagnare con le lacrime la lettura di questo breve scritto, ma anche questo è il senso di un laboratorio: aprirsi senza paura, sentendo di essere accolti e compresi dagli altri.