Risonanze (1)

Troppo lungo per essere un commento, pubblico ciò che ci ha mandato Luana Bonucci,  una partecipante all’appuntamento di Silenzi d’Umbria

Ho partecipato al laboratorio. Mi fa piacere condividere con voi le mie emozioni, impressioni…
“Il ritmo claudicante di un passo: il mio.
Respiro l’aria gocciolante di pioggia.
Demetrio dice: regalatevi un ricordo d’infanzia.
Ancora il mio respiro nel silenzio di molti passi.
Un ciuffo d’erba e la mia mente mi riporta ad un ricordo di lumache: umide, lucide, quasi squittenti nel loro procedere lento.
Gli occhi ricercano immagini care e mutate nel tempo.
Le orecchie richiamano suoni di voci lontane.
Col naso catturo odori. Ricerco gli odori di allora.
Scopro di tutto il mutamento. Ritrovo di ogni cosa la sua intima identità.
È quasi l’imbrunire.
Un piccolo anfiteatro all’interno di un vecchio castello, seduta, inizio a scrivere.
Demetrio, poco prima, ci aveva parlato di meditazione crepuscolare e di autobiografia.
È il momento propizio per riconsegnare, su carta, i ricordi ripresi, raccolti e scovati all’interno di sé e i pensieri da essi sollevati (scaturiti).
Il nostro sé è circolare come un castello dove inizio e fine si ricongiungono? Dove tutto è racchiuso lungo e all’interno delle mura?
Quanto tempo per edificarle!
Quante fratture, crepe, crolli, nella costruzione del nostro castello!
Quale bellezza! Quale geometria esistenziale!
Ma torniamo a quella sera! Sono seduta su di un gradino di pietra e scrivo. Non mi accade mai di scrivere di me, ma quella è una serata particolare, è un’esperienza particolare.
Il silenzio ci accompagna. È la nostra colonna sonora.
Disegno volti, suoni e colori. Lascio tracce di voci. Scrivo di me. Di quel me che ancora rimane.
Di quel me, sommatoria in itinere, di mutamenti nel tempo.
Mi guardo come dal di fuori, ma sono sempre io che guardo. E allora, scelgo, seleziono, mi difendo, mi offendo.
Ma forse proprio il miracolo di tale ricostruzione e di questo ripensarsi è il senso dello scrivere di se stessi.
Il senso profondo di riappropriarsi del proprio cammino in questa vita.
Ripercorrere la costruzione delle mura del castello come metafora della costruzione delle proprie mura attraversando quegli eventi che, ne hanno determinato la crepa, il crollo, la bellezza, la possenza.
La vulnerabilità e insieme la bellezza di quel castello ove, vicino la fenditura, convive la piccola verde pianta, che dalla pietra e dal vapore trae la sua forza.
Insieme a me tutti gli altri stanno scrivendo.
Ognuno ha cercato il suo posto per farlo, un luogo e una posizione.
E in questo silenzioso canto corale di parole trascritte su carta, mi ritrovo e sento di essere parte di un universo umano dove tutti, ognuno per la sua strada, percorre e costruisce la propria vita muovendosi, ora con la consapevolezza di sé e, ora, con l’essere in balia di eventi ed aspettative altrui.
Nella naturale diversità del mio essere con quello degli altri sento, nel preciso attimo di questa trascrizione tra sé e sé, una particella di comunione con gli altri e che agli altri mi accomuna.
La ritroverò più tardi, nel bosco, di notte, nel silenzio dei nostri pensieri o nell’assenza dei medesimi.
Ognuno immerso nella sua notte: buia o misteriosa o paurosa o magica…
Ognuno soccorso dalla sua torcia.
Io, con il mio passo claudicante, ora sorretta, percorro l’ultimo tratto di strada che mi separa da un altro luogo di silenzio: un monastero adagiato sul lato sud di una verde collina”.