19 febbraio 2016 – Lecce – Figure della cura

figure della cura ultimo-01Venerdì 19 febbraio alle ore 18,30 presso la Fondazione Palmieri, Vico dei Sotterranei – Lecce – si terrà l’incontro

Figure della cura
Dalla parola al silenzio

 

con Laura Madonna, Erika Ranfoni in dialogo con Francesca Brencio

Il concetto di cura è strettamente, imprescindibilmente legato ad una dimensione di “relazione”: innanzitutto con se stessi, secondariamente col terapeuta, col mondo esterno in generale. Prendiamo spunto, per definire questo concetto, dalla bella e suggestiva immagine  fotografica della locandina: nel gioco dei chiaro-scuri è implicito il riferimento a una condizione di silenzio e di solitudine tale da far immaginare una cella monastica oppure una prigione. Nel primo caso un luogo di ricerca e di incontro con se stessi e con la propria verità; nel secondo caso luogo di “impossibilità” di accesso alla libertà dell’ agire eppure frequentato da ipotesi di “sogni oltre le mura”, da un pensiero retrospettivo, metaforico, riflessivo.
Potremmo anche immaginare una cantina, luogo di deposito o nascondiglio; o, anche, una trincea da cui si vigili, in atteggiamento di difesa, in un’ipotesi conflittuale. Potremmo anche riconoscere la ”casa del dubbio”, il luogo da cui si debba scegliere la via da intraprendere…

Buio e luce sono forti metafore dell’esistenza e rimandano anche alla ciclicità delle stagioni. In una parola a tutto quanto, nel suo procedere temporale, è indefinito, instabile, abitato da incognite e contemporaneamente dalle possibilità che offre la luce. In questo caso è, anche evidente che la luce proviene dall’alto. Viene percepita da uno sguardo capace di superare la dimensione meramente contingente, terrena: ha pertanto a che fare col “desiderare” e col “considerare”.  Questo tipo di sguardo coglie come la realtà ci attraversi e ci circondi, non sia pertanto esclusivamente quella che abbiamo davanti!

E’, questa, la dimensione esistenziale della quale ci accingiamo a discorrere perché “cura” presuppone una situazione di disagio, non necessariamente grave o estrema, che incontra la domanda di senso, la ricerca di risposte, possibilmente di soluzioni. E ancora: “cura” presuppone un lavoro di chiarificazione che può venire solo dall’ interno, da una sorta di “pulizia” che porti a un ordine in cui si possano afferrare, oltre il rumore e la confusione, i contorni della propria fisionomia, il contesto in cui agiamo, la nostra voce e quelle che ci circondano. Si tratta di fare silenzio e di mettersi in ascolto, laddove per ascolto si intenda  attenzione!
Guardarsi dentro, innanzitutto, guardare fuori in un mondo che ci vuole compulsivi perché l’ eccesso di stimoli frastorna e distrae e c’è una grande confusione tra piacere e seduzione poiché, nell’ esaltazione di edonismo e individualismo, ci siamo diseducati alla capacità di godere e assaporare, anche lentamente, le cose più semplici della quotidianità. Urge la necessità di assaporate il tempo, l’aria, la tranquillità, la natura, il pensiero…Tutte “utopie minimaliste” di cui abbiamo bisogno ma che la civiltà dei consumi ha reso spesso irraggiungibili!
Le nostre vite, purtroppo anche quelle dei bambini, sono affollate e dispersive: negano lo spazio alla felicità se per felicità si intenda un bene immateriale che ci consoli e ci faccia percepire, come san Francesco, parte di un mondo in cui siamo importanti perché abbiamo una collocazione in una dialettica collettiva che presupponga progettualità a livello individuale e sociale. Un mondo in cui il singolo possa contribuire al cambiamento per una società più rispettosa dell’estetica e dell’ etica, oltre i mantra e gli slogan come : per godersi la vita bisogna star bene con se stessi!

Saranno messi a confronto tre punti di vista: quello di Accademia del Silenzio; quello di Erika Ranfoni, consulente filosofica; quello autorevole di Francesca Brencio, filosofa e studiosa di Heidegger, nella ricerca di vie alternative nella terapia nelle situazioni di disagio.

Il mio punto di vista riferito alla “cura”, al silenzio e alla parola, è quello di Accademia del Silenzio e trae la sua origine nel valore del pensiero narrativo. Lo stesso che appare connaturato ad ogni cultura e ad ogni età, da cui nascono, attraverso i miti, le prime spiegazioni del mondo.
Nella Grecia classica, culla del razionalismo occidentale, il mito era onorato quale spiegazione del reale e presso la retorica latina, in sede di fori e di senato, era citato attraverso gli exempla oltre alla spiegazione logica, l’ explanatio.

In Andrea Smorti, troviamo uno schema riassuntivo in cui:

Il pensiero narrativo è connaturato al ragionamento quotidiano, ha un orientamento orizzontale, è sensibile al contesto, è intenzionale, costruisce storie, è validato dalla coerenza.

Il pensiero paradigmatico o logico è tipico del ragionamento scientifico, ha un orientamento verticale, è libero dal contesto, costruisce leggi, è validato dalla falsificazione.

La psicologia culturale vuole che, attraverso le storie, l’uomo co-nosca il mondo e, contemporaneamente, co-nasca al mondo (Merleau Ponty), ossia che si inserisca in un contesto composto da significati la cui valorizzazione si estende dall’ individuo alla famiglia, alla società. Non a caso si dice, con Bruner, che le storie sono la moneta corrente di una cultura.

“Le storie sono abitazioni, noi viviamo dentro e attraverso le storie. Esse escogitano mondi, non conosciamo il mondo altro che come un mondo di storie. Esse danno forma alla vita, ci tengono uniti e ci separano” (Mair, 1988)
E solo attraverso le storie, quando come nel caso del Nome della Rosa di Umberto Eco, quando diventano funzionali a un pensiero alternativo, possiamo generare mondi e spiegare concetti che diversamente sarebbe stato impossibile o molto più difficile mostrare!

Se accettiamo come presupposto quanto dice Duccio Demetrio, ossia che solo il costruttore della propria storia sa come ha fatto a metterne insieme i pezzi e che “ogni autobiografia è stata scritta perché l’autore aveva bisogno di attribuirsi un significato, anzi ben più di uno e presentarsi al mondo”, possiamo considerare la narrazione una tecnica di problem solving!

Accademia del Silenzio nasce nel 2010 in seno alla Libera Università dell’ Autobiografia di Anghiari e trova i suoi presupposti nel legame imprescindibile tra scrittura e silenzio e in una domanda di silenzio che arriva dagli Stati Uniti d’ America e si estende dovunque, nel mondo occidentale, invadendo anche il marketing e mostrando nuove frontiere della comunicazione e della pedagogia.

Quello del Silenzio è un universo ricco, affascinante e variegato su cui convergono le energie di filosofi, cultori di altre religioni, pedagogisti, letterati, musicisti, esperti di comunicazione e trova il suo momento privilegiato di confronto a fine estate, durante l’ annuale Scuola di Pedagogia del Silenzio.
Lì si ascolta, si scrive, si sperimenta un approccio estetico e relazionale nuovo: siamo appassionati, educatori, terapeuti aperti a modalità alternative del rapporto con noi stessi e col mondo.
“L’educazione all’autobiografia contribuisce alla creazione sia di una mentalità filosofica e scientifica, sia di una sensibilità maggiore alla solidarietà per gli altri, sia infine ad un habitus intellettuale i cui effetti si riverberano in campi diversi…L’ autobiografia ci migliora e quindi un poco ci cambia”! (Demetrio)
Quello autobiografico è un percorso di autoformazione in compagnia di Mnemosine e di Lete che ci accompagnano nel tessere le varie possibili versioni della nostra esistenza. Si procede dalla retrospezione alla interpretazione per giungere alla elaborazione di una fiction perché la nostra e le altre storie che le faranno da cornice diventeranno, tradotte dall’ inchiostro, altro da noi. Tutto appartiene alla “sintassi della produzione letteraria” ad uso, naturalmente, intimo e personale in un musicale dialogo tra la ricerca di unità e di senso e la molteplicità dell’ io narrante.
La poliedricità dell’io presuppone il confronto tra forza e fragilità su cui si è espresso Vittorino Andreoli. Secondo lo psichiatra l’educazione che ci ha formati ha in molti casi esaltato l’ importanza della forza, di un agire nella competitività, nel percepirsi in un mondo di antagonisti da contrastare mentre riscontra, nella personale esperienza a contatto dei suoi “matti” , il valore della fragilità. Solo riconoscendo in essi la propria fragilità può andare loro incontro e “ricomporre” i frammenti di esperienze sofferte. Il modello vincente diventa allora quello dell’Uomo di Vetro il cui carisma è nella capacità di “ricomporre” e di praticare amorevoli gesti di cura come nel mito di Iside.

Si arriverà così a percepirsi adulti quando, per un istante, si avvertirà un benefico senso di pienezza “polilogico” secondo Bachtin che potremmo definire armonia, saggezza, equilibrio oppure “tregua” intesa come la dimensione in cui si è giunti a patti con se stessi col mondo che hanno descritto in tanti: da Seneca a Marco Aurelio, a Plutarco, a Michel de Montaigne (Si trova altrettanta differenza in noi stessi quanta fra noi e gli altri) che avrebbe influenzato il concetto di maturità in Proust, in Pessoa, in Hesse.

Siamo nella dimensione della mutevolezza dei contorni esistenziali, dell’indefinitezza che nella pagina da riempire trova una formula di ringiovanimento e di adultizzazione.

Se ci domandiamo in che misura l’ autobiografia possa essere terapia, la risposta ci viene da un passato remoto in cui i greci coniarono l’ espressione  che tradotta dice ”occupati di te stesso” e i Latini, agli albori del Cristianesimo, riconobbero nell’ otium  una “cura sui”, una medicina del corpo e dell’ anima.
In quel mondo l’ influenza dell’ epicureismo e dello stoicismo produssero scritture delle proprie memorie  che, anche quando venivano dettate agli scribi, si rivelavano benefiche, una sorta di pietas di se che si sarebbe evoluta, nel Cristianesimo,  in un’ idea di “autocoscienza e del conoscere come ricordanza…Il ricordare è azione contro il dimenticare, per la riaffermazione della vita contro l’ ineluttabilità della morte” (Demetrio)

E’ altrettanto interessante considerare come l’ educazione si stia evolvendo nel sostenere l’ importanza della lentezza e dell’ inutilità! Basti pensare al recente saggio di Nuccio Ordine L’ Utilità dell’ Inutile che elogia, attraverso numerose testimonianze attinte alla letteratura e alla filosofia di tutti i tempi, il bello, la necessità del superfluo, le “favole dei poeti” che pur non dando pane, ci insegnano a riconoscere le cose essenziali di cui abbiamo bisogno e ci difendono dall’ ossessione per il profitto, frequente causa di infelicità.
Per lo stesso Heidegger che silenziosamente partecipa a questa conversazione, “il massimamente utile è l’ inutile…ciò che fa rivenire l’ uomo a se stesso” mostrando la difficoltà da parte dei suoi contemporanei di provare interesse per qualcosa che non implichi un uso pratico ed abbia una finalità tecnica e commerciale.

L’invito è a prendersi cura di se, a mettere in discussione se stessi e il proprio mondo rivolgendogli uno sguardo che tenga conto dei “fenomeni”, dei tanti linguaggi non verbali, diventando “un po’ narratori, un po’ filosofi tardivi” parafrasando il titolo di un capitolo di Raccontarsi. L’ Autobiografia come Cura di Se, di Duccio Demetrio perché come apprendiamo da Manfred Schneider

“A differenza dei grandi generi letterari, epica, romanzo, dramma, saggio, lirica, l’ autobiografia permette l’ accesso ad ogni persona in grado di scrivere.
Tutti abbiamo una biografia, e anche una matita”.
Laura Madonna